APPROFONDIMENTI
STORIA, FILOLOGIA, SPIGOLATURE
STORIA, FILOLOGIA, SPIGOLATURE
4 aprile 2026
Dell’ebraismo, il cristianesimo condivide strutture fondamentali: le Scritture, il calendario festivo, le categorie teologiche. Tuttavia, ben presto si produce una tensione: per affermarsi come via universale, esso deve ridefinire il proprio rapporto con la matrice ebraica, mantenendone l’autorità ma svuotandone la centralità.
Quest’operazione si realizza attraverso una strategia teologica precisa: non negare l’ebraismo, ma reinterpretarlo come fase preparatoria e incompiuta, destinata a trovare il proprio “vero” significato nella rivelazione cristiana. È il principio che, nella teologia successiva, verrà formalizzato come “compimento”.
L’operazione viene avviata dal fantomatico Paolo di Tarso (o chi per lui), che nega la Legge mosaica a vantaggio della fede in Cristo e stravolge il vero senso della missione del Gesù storico creando una religione aperta anche ai non ebrei.
Una volta aperta la strada, era possibile fagocitare e reinterpretare anche altre colonne portanti dell’ebraismo.
Alcuni esempi?
La Pasqua, o meglio la festa ebraica di Pesach, celebra la liberazione dall’Egitto, evento fondativo (seppur mitico) dell’identità d’Israele. Il cristianesimo non la abolisce, ma la trasforma radicalmente: l’agnello pasquale diventa figura di Cristo, l’uscita dall’Egitto viene reinterpretata come liberazione dal peccato e il focus non è più la storia di un popolo, ma un evento salvifico universale.
Il risultato è una trasposizione simbolica: ciò che era memoria storica concreta diventa tipologia teologica. La Pasqua ebraica non viene negata, ma resa “provvisoria”, come se avesse senso pieno solo alla luce della crocifissione e resurrezione.
Si prenda poi la Pentecoste, o meglio la Shavuot ebraica, legata al dono della Torah sul Sinai. Anche qui il cristianesimo interviene reinterpretando: il dono della Legge viene sostituito dal dono dello Spirito, la rivelazione scritta lascia il posto a un’interiorizzazione carismatica e la comunità cristiana si presenta come il nuovo luogo della presenza divina.
La Pentecoste cristiana diventa così una sorta di contro-Sinai, in cui la mediazione normativa della Torah viene implicitamente superata. È un passaggio cruciale: la Legge, pilastro dell’ebraismo, viene riletta come fase inferiore rispetto alla nuova economia dello Spirito.
E che dire del Giubileo? Nell’ebraismo, esso presentava una dimensione concreta: remissione dei debiti, restituzione delle terre, riequilibrio sociale. Nel cristianesimo, soprattutto a partire dall’epoca medievale, il Giubileo diventa remissione dei peccati, indulgenza spirituale ed evento ecclesiale centrato sull’autorità della Chiesa.
Qui la trasformazione è ancora più evidente: da istituto socio-economico a dispositivo spirituale e sacramentale. Il contenuto originario non viene semplicemente reinterpretato, ma spostato su un piano completamente diverso.
Il fil rouge che lega questi esempi disegna una logica coerente: la sostituzione simbolica. E non si tratta di episodi isolati, ma di palesi risposte a una logica strutturale. Il cristianesimo opera attraverso:
appropriazione delle forme (feste, simboli, Scritture)
ri-significazione (lettura cristologica)
gerarchizzazione (l’ebraismo come “prima fase”)
È ciò che molti studiosi definiscono, in termini critici, “teologia della sostituzione”: la Chiesa come “nuovo Israele”, erede e superamento dell’antico.
Attribuire a questo processo un intento deliberato di “cancellazione” può apparire riduttivo. La sensazione, infatti, è di trovarsi di fronte a una dinamica identitaria nella quale il cristianesimo deve distinguersi dall’ebraismo ma, non potendo farlo senza conservarne le basi, le rilegge in chiave propria. Il risultato, però, è oggettivo: l’ebraismo viene progressivamente decentrato e marginalizzato, pur restando formalmente riconosciuto.
Ne consegue, a mio avviso, che l’intento della “cancellazione” non risulta affatto riduttivo. Prova ne sia il deliberato messaggio antiebraico che traspare fin dai vangeli (“il suo sangue ricada su di noi”, dicono gli ebrei ai piedi della croce) e che verrà esacerbato dai padri della chiesa, trasformandosi (checché ne dicano quanti distinguono antiebraismo e antisemitismo) in odio razziale e in lampante incitazione alla persecuzione e alla discriminazione degli ebrei, che la chiesa condurrà con energia per secoli e secoli, fino a tempi recentissimi, quando la rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica” divenne una delle voci più esplicite dell’antisemitismo cattolico moderno e, pur distinguendosi dal nazismo, contribuì a una cultura di esclusione.
Ogni sera, a Sanremo, alle 20, suona una campana.
Una campana dedicata ai bambini non nati.
Con gesto solenne e cuore colmo di compassione cristiana, il vescovo Antonio Suetta ha voluto dare voce a chi voce non ha mai avuto.
Lodevole. Commovente, quasi.
Se non fosse che, mentre quella campana rintocca nella città del festival, in qualche altra parte del mondo – anzi, in moltissime parti del mondo – ci sono bambini in carne e ossa, quindi assolutamente nati, che stanno soffrendo in modi che nessuna campana sarebbe in grado di commemorare degnamente.
Pro Vita & Famiglia, l’associazione che ha abbracciato con entusiasmo l’iniziativa raccogliendo in pochi giorni 30.000 firme di solidarietà al vescovo, spiega che il suono della campana “non giudica”, “non colpevolizza”, ma è semplicemente “un invito alla preghiera e alla riflessione”.
Benissimo. Riflettiamo, allora. Riflettiamo insieme, come ci viene chiesto.
Riflettiamo, per esempio, sui circa 160 milioni di bambini nel mondo che oggi – oggi: non in astratto, non in potenza, ma concretamente – lavorano in condizioni di sfruttamento.
Molti di loro sono utilizzati nelle miniere di cobalto del Congo, le stesse che alimentano le batterie dei nostri smartphone. Bambini reali, con nomi reali, con mani che sanguinano per davvero.
C'è una campana per loro? C’è una petizione con 30.000 firme?
Riflettiamo sui bambini morti sotto le bombe in Yemen, a Gaza, in Iran.
Bambini che erano nati – questo dettaglio non è secondario! – e che sono stati ridotti in cenere da armamenti prodotti e venduti da paesi che si definiscono cristiani e civili. Per questi bambini, che avevano già ricevuto dall’Altissimo il “dono” di venire al mondo, quale campana suona ogni sera alle 20?
Riflettiamo poi sulle bambine costrette al matrimonio forzato in decine di paesi. Secondo le stime dell'UNICEF, ogni anno circa 12 milioni di ragazze vengono date in sposa prima dei 18 anni. Alcune a 9, 10, 11. Alcune muoiono di parto perché il loro corpo non è pronto. Alcune vengono picchiate, violentate, ridotte a proprietà.
Sono nate. Esistono. Soffrono adesso, mentre questa campana suona per esseri ipotetici.
Riflettiamo anche sulle bambine sottoposte a mutilazione genitale femminile, una pratica che ogni anno ne colpisce circa 4 milioni nel mondo. Una pratica che distrugge il corpo, cancella il piacere, lascia cicatrici fisiche e psicologiche permanenti.
Non ci sarebbe una campana anche per loro, vescovo Suetta?
O il loro dolore, per quanto concreto, è di serie B?
Riflettiamo, infine – e qui la riflessione si fa più scomoda –, sui bambini vittime di abusi sessuali perpetrati all’interno della stessa istituzione che oggi ci invita alla preghiera.
Non è un’accusa generica: è storia documentata. Migliaia di casi in tutto il mondo, decenni di insabbiamento, vittime che hanno impiegato una vita intera per essere credute.
Per questi bambini – nati, battezzati e affidati alla chiesa –, quale campana ha suonato?
Quale vescovo ha lanciato una petizione?
Ora, sia chiaro: non si tratta di negare che l’aborto sia una questione seria, carica di implicazioni etiche, emotive, esistenziali. Né si tratta di negare che qualcuno possa, in coscienza, ritenere che ogni vita inizi al concepimento e che ogni interruzione di gravidanza sia da condannare.
Ognuno è libero di crederlo.
Il problema non è, quindi, la campana in sé.
Il problema è la gerarchia delle urgenze che essa sancisce.
Il problema è che la chiesa – con le sue enormi risorse, la sua influenza politica, il suo accesso ai media, la sua capacità di mobilitare fedeli e raccogliere firme in pochi giorni – sceglie di concentrare la propria energia emotiva e comunicativa su esseri che, per definizione, non hanno ancora coscienza, non provano dolore nel senso neurologico del termine, non hanno ancora voce, mentre milioni di bambini che quella voce ce l’hanno la usano per piangere, e nessuno sembra sentirli.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore in questa scelta. Dal punto di vista retorico, i bambini non nati sono perfetti: non denunciano, non testimoniano, non raccontano la loro storia a un giornalista, non chiedono risarcimenti. Sono, in un certo senso, il soggetto ideale per una campagna di comunicazione: suscitano commozione senza creare complicazioni.
I bambini vivi, invece, sono problematici. Chiedono cose concrete. Chiedono che si smetta di produrre le armi che li uccidono. Chiedono che si condannino i loro abusatori, anche quando indossano il colletto bianco. Chiedono che le loro madri abbiano diritto di decidere sul proprio corpo senza sentirsi colpevolizzate da una campana che suona ogni sera.
Pro Vita & Famiglia ci dice che il polverone di polemiche “sembra un tentativo di censurare chi la pensa diversamente”. È una frase comoda. Trasforma in censore chiunque osi fare domande e in una vittima il vescovo.
Fare domande, però, non è censura.
Chiedere coerenza non è persecuzione.
Dire “e per gli altri bambini, quelli già nati, cosa fate?”, non è un attacco alla libertà religiosa.
È, semmai, il "minimo sindacale" della riflessione morale.
Quindi sì: suoni pure la campana di Sanremo ogni sera alle 20. Magari, però, accanto a essa, qualcuno dovrebbe trovare il coraggio di installare anche una campana per i bambini-soldato dell'Africa subsahariana, una per i piccoli lavoratori delle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio, una per le bambine spose dello Yemen, una per le vittime degli abusi in canonica. E così via.
Non per giudicare, non per colpevolizzare. Solo – come dice il vescovo Suetta – per tenere viva la memoria. Per “destare le coscienze”.
O forse quella frase vale solo per alcune coscienze, da destare solo in merito a determinate tematiche?
La misericordia selettiva ha un altro nome. Si chiama ipocrisia.
E tuttavia – volendo chiudere con una riflessione semiseria –, come dare torto a un esponente di quella chiesa che da secoli e secoli venera e chiede di venerare dei, semidei, madonne, santi e martiri mai esistiti, ergo “mai nati”?
In fondo, la campana sanremese non fa che ribadire il vezzo cattolico di rendere omaggio alla fantasia, più che alla realtà e più che a chi esiste e lo meriterebbe.
8 marzo 2026
Ogni anno l’8 marzo arriva puntuale con il suo carico di mimose, frasi di circostanza e inviti all’orgoglio femminile. Se, però, volessimo davvero trasformare questa ricorrenza in qualcosa di più di un rituale, basterebbe un semplice suggerimento; e se fino all’anno scorso esortavo le donne a essere “più Ipazia e meno Maria vergine”, quest’anno voglio cambiare e dire…
“più Rita Levi-Montalcini, meno Giorgia Meloni!”
Non è una questione di simpatia personale, né di appartenenza politica. È una questione di modello.
Rita Levi-Montalcini è stata una donna che ha attraversato il Novecento con una forza che non aveva bisogno di slogan. Cacciata dall’università a causa delle leggi razziali, si costruì un laboratorio in casa; emigrò, fece ricerca, vinse un Nobel; e soprattutto mantenne per tutta la vita una posizione rara: indipendenza intellettuale totale. Non doveva dimostrare nulla a nessuno, men che meno al potere maschile.
Sul piano dei diritti civili fu altrettanto chiara: difesa della libertà scientifica, apertura verso una società più laica, attenzione all’autonomia delle donne. Nessun bisogno di rifugiarsi sotto il mantello protettivo di qualche autorità religiosa per legittimare le proprie posizioni.
Ora prendiamo l’altro “modello”, quello che oggi viene spesso celebrato come simbolo di “donna che ce l’ha fatta”. Il successo politico di Giorgia Meloni viene presentato come una vittoria femminile in sé, quasi bastasse occupare una poltrona di potere per rappresentare automaticamente un progresso per tutte le donne.
La questione, però, a ben vedere, è più sottile. Non basta essere donna per incarnare un modello emancipatorio: dipende da come si usa quel potere.
Se il messaggio pubblico continua a ruotare attorno alla nostalgica triade “Dio, Patria, Famiglia” (ovviamente tradizionale, quest’ultima!), se l’agenda sui diritti civili procede con passo prudentissimo (anzi quasi immobile), se la relazione con la gerarchia ecclesiastica assume spesso i toni della deferenza più che del dialogo, allora la domanda diventa inevitabile: quanto c’è di emancipazione e quanto di adattamento all’ordine esistente?
Il punto non è negare il successo politico di Meloni, che è evidente (seppur dovuto a un elettorato culturalmente discutibile); il punto è chiedersi quale tipo di modello femminile si stia proponendo.
Rita Levi-Montalcini non ha mai costruito la propria autorevolezza sull’appartenenza a una comunità identitaria sulla “benedizione” di istituzioni tradizionali. La sua autorità veniva dalla competenza, dalla cultura e dalla libertà di pensiero. Non aveva bisogno di mostrarsi “più rassicurante” o più conforme a un ordine simbolico costruito per secoli dagli uomini.
C’è poi una differenza sottile ma decisiva: la solidarietà tra donne. Levi-Montalcini parlava spesso della necessità di sostenere l’educazione femminile, la ricerca, la presenza delle donne nei luoghi della conoscenza. Non come slogan, ma come pratica concreta.
La politica contemporanea (e meloniana), invece, ama molto usare la parola “donna” come etichetta identitaria, salvo poi difendere modelli sociali che mantengono intatte molte gerarchie tradizionali.
Per questo, forse, l’8 marzo sarebbe più utile se diventasse una giornata meno retorica e più selettiva nei modelli che propone.
Non tutte le donne che arrivano al potere rappresentano automaticamente un progresso per le altre donne. E non tutte le biografie sono uguali.
Se proprio dobbiamo scegliere un riferimento, vale la pena orientarsi verso chi ha dimostrato che la vera emancipazione non nasce dalla conquista simbolica del potere, ma dalla libertà di pensiero, dalla cultura e dalla capacità di non inginocchiarsi davanti a nessuna autorità: né maschile, né religiosa.
Insomma, l’invito per questo 8 marzo è semplice: meno posture deferenti, più cervelli indipendenti.
Meno simboli identitari, più scienza.
Più Rita Levi-Montalcini, meno Giorgia Meloni.
(il che, in fondo, non è molto lontano dal mio antico “più Ipazia e meno Maria”)
7 marzo 2026
Nel dibattito contemporaneo sulla condizione femminile si tende spesso a oscillare tra due posizioni opposte. Da una parte c’è chi attribuisce alle religioni una responsabilità pressoché totale nella subordinazione delle donne; dall’altra, invece, chi tende ad alleggerirne le colpe, sostenendo che il patriarcato sarebbe nato indipendentemente da esse.
La verità storica è più complessa.
La subordinazione femminile esisteva in molte società antiche già prima della formazione delle grandi religioni monoteistiche, essendo legata a fattori spesso “banali”, a cominciare dalla forza fisica, che ha sempre messo il maschio nella posizione dominante raffigurata con la tipica immagine che lo ritrae con la clava in mano nell’atto di trascinare la femmina per i capelli.
D’altra parte, è palese che incorrerebbe in un grave errore chi volesse minimizzare il ruolo svolto dalle religioni nella subordinazione della donna. Nel corso dei secoli, infatti, esse sono state decisive nel legittimare, rafforzare e sacralizzare modelli sociali che collocavano le donne in posizione subordinata. In altre parole, il patriarcato non nasce con le religioni, ma le religioni hanno fornito la giustificazione morale e simbolica più potente per mantenerlo.
Il peso della tradizione cristiana
Nel mondo occidentale, il cristianesimo ha avuto un’influenza enorme nella costruzione delle norme sociali e familiari, con alcune interpretazioni teologiche che hanno contribuito per secoli a consolidare l’idea della subordinazione femminile.
Uno dei riferimenti più citati è la Prima lettera ai Corinzi, attribuita a Paolo di Tarso, e precisamente la frase “Le donne nelle assemblee tacciano”: un passo utilizzato per secoli per escludere le donne dall’insegnamento e dall’autorità religiosa. Nella stessa linea si colloca l’affermazione della Lettera agli Efesini secondo cui la moglie deve essere sottomessa al marito “come la Chiesa lo è a Cristo”.
Non si tratta soltanto di versetti biblici interpretati in modo conservatore, perché la storia cristiana ci offre altre perle più che esplicite. Una delle più celebri è quella di Tertulliano, apologeta cristiano del II-III secolo, che si rivolgeva al genere femminile con parole durissime:
“Tu sei la porta del diavolo”.
In questa visione, la donna diventava simbolicamente responsabile della caduta dell’umanità, riprendendo l’interpretazione della figura di Eva come origine del peccato.
Pur con sfumature diverse, anche Agostino e Tommaso d’Aquino descrivevano la donna come ontologicamente subordinata all’uomo. Nella sua Summa Theologiae, il secondo definiva la donna un “maschio mancato” (mas occasionatus), recuperando una tradizione aristotelica secondo cui solo il maschile rappresenterebbe la forma piena dell’umanità.
Queste idee non sono rimaste mere opinioni teologiche, ma hanno influenzato per secoli la cultura giuridica e sociale dell’Europa. Nel diritto canonico medievale, ad esempio, l’autorità del marito nella famiglia veniva considerata naturale e conforme all’ordine divino.
Il ruolo delle istituzioni ecclesiastiche
Nel Medioevo e nell’età moderna la chiesa ha parimenti contribuito a consolidare norme sociali restrittive nei confronti delle donne.
Un esempio spesso citato è il fenomeno della caccia alle streghe. Il manuale inquisitoriale Malleus Maleficarum (1486), scritto dai domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, sosteneva esplicitamente che le donne fossero più inclini alla stregoneria a causa della loro presunta debolezza morale e intellettuale. Questo testo ebbe enorme diffusione e contribuì a legittimare persecuzioni che colpirono soprattutto donne.
Allo stesso modo, per secoli l’accesso femminile all’istruzione superiore fu limitato o scoraggiato in gran parte dell’Europa cristiana. La cultura dominante riteneva infatti che l’educazione delle donne dovesse essere finalizzata principalmente alla vita domestica, tant’è vero che fino a qualche decennio fa alle ragazze veniva propinata una materia nota come “economia domestica”, mentre ai maschietti si insegna “educazione tecnica”.
E l’Islam?
Anche nel mondo islamico il rapporto tra religione e condizione femminile è complesso e variegato. Il Corano contiene passi che riconoscono alle donne alcuni diritti che, nel VII secolo, erano relativamente avanzati rispetto alle società tribali dell’Arabia — ad esempio diritti ereditari o limiti alla poligamia.
Tuttavia, nel corso della storia, molte interpretazioni giuridiche hanno rafforzato una struttura patriarcale.
Un versetto frequentemente citato è quello della Sura 4:34, che afferma la responsabilità e l’autorità degli uomini sulle donne all’interno della famiglia. Nelle interpretazioni tradizionali della giurisprudenza islamica (fiqh), questo passo è stato spesso letto come giustificazione della superiorità maschile nella struttura familiare.
Anche alcune norme giuridiche derivanti dalla tradizione religiosa hanno consolidato differenze di status: in molte scuole giuridiche islamiche classiche, ad esempio, la testimonianza di una donna valeva la metà di quella di un uomo in alcune procedure legali e l’eredità femminile era generalmente inferiore.
In epoche recenti, in diversi paesi islamici si sono affermate interpretazioni molto restrittive riguardo all’abbigliamento femminile, alla mobilità e alla partecipazione pubblica delle donne, spesso giustificate con riferimenti religiosi.
Naturalmente, anche nel mondo islamico esistono interpretazioni riformiste e movimenti femministi che rileggono il Corano in chiave egualitaria.
Religione e potere simbolico
Ciò che rende il ruolo delle religioni così importante non è soltanto il contenuto delle norme, ma il loro potere simbolico. Quando una regola sociale viene presentata come volontà divina, essa acquista un’autorità difficilmente contestabile.
Per questo motivo, nel corso dei secoli, la religione ha spesso funzionato come amplificatore del patriarcato: trasformava rapporti di potere storici e contingenti in un ordine apparentemente naturale e sacro.
E dentro la chiesa?
La chiesa cattolica ha fatto valere il potere maschile anche e soprattutto tra i propri ranghi, soprattutto per quanto riguarda l’accesso al sacerdozio, che dopo sedici secoli continua a essere precluso alle done. Ancora nel 1994, ad esempio, con la lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis Giovanni Paolo II affermava che la chiesa “non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale”, rifacendosi al ridicolo principio secondo cui, siccome gli apostoli erano tutti maschi, anche i preti devono provenire solo dal mondo maschile.
Ne consegue che anche in tempi recenti i papi si sono limitati a esaltare il ruolo della donna “nella società e nella famiglia”, sempre però sottintendo – più o meno tra le righe – che tale ruolo si esplicita al meglio nelle funzioni di moglie e madre, conformemente al modello di sottomissione e di passività incarnato dalla vergine Maria.
Secondo alcuni, tutto questo non ha impedito che nel cristianesimo emergessero figure femminili di un certo rilievo; peccato, però, che si tratti di mistiche (alias malate di mente) come Teresa d’Avila o Katarina Emmerich, oppure di martiri sostanzialmente mai esistite (come Agata di Catania o Caterina d’Alessandria) o, ancora, della “scienziata” Ildegarda di Bingen, sempre che in questa piccola truppa non vogliamo inserire anche povere vittime come Maria Goretti, ipocrite come Teresa di Calcutta e, perché no, utilizzatrici del cilicio (come l’onorevole Binetti), catechiste, docenti di religione e, dulcis in fundo, di monache e suore che con infinita devozione provvedono a tutte le necessità di prelati e sacerdoti, compresa la pulizia dei locali delle chiese, con un’abnegazione che, ne siamo certi, garantirà loro il paradiso. E scusate se è poco.
Una riflessione necessaria
La Giornata Internazionale della donna può essere anche l’occasione per guardare a questa storia con lucidità. Non si tratta di demonizzare le religioni, ma al tempo stesso non è possibile ignorare che per lunghi secoli esse hanno fornito una delle più potenti legittimazioni culturali della subordinazione femminile.
Riconoscere questo ruolo non significa accusare la fede in sé, ma prendere atto di come le interpretazioni religiose abbiano spesso accompagnato e rafforzato – e lo facciano ancora oggi! – l’ordine patriarcale delle società.
Negarlo, d’altronde, significherebbe voltarsi dall’altra parte e dimenticare che è anche grazie alla religione se in Italia il marito ha smesso di essere giuridicamente “capofamiglia” solo nel 1975 e se in tanti paesi occidentali sono state necessarie lunghe e dure battaglie per giungere al suffragio femminile, all’aborto, al divorzio e al pieno accesso al mondo del lavoro.
1 marzo 2026
Nove mesi dopo l’elezione di papa Leone XIV si può finalmente tracciare un bilancio non provvisorio; già, perché nella chiesa cattolica il tempo non serve a capire cosa cambierà, bensì se cambierà. E quando la risposta è “no”, nove mesi sono più che sufficienti.
Leone XIV è il papa che arriva dopo gli anni dell’imbarazzo, dopo l’epoca delle parole sbagliate, dei gesti fraintendibili, delle aperture che sembravano aperture (vedasi omosessuali e donne) e delle gaffe più o meno volontarie (come la famosa “frociaggine”), i cardinali hanno scelto il papa della riparazione istituzionale. Non della riforma, attenzione: della riparazione.
Il primo effetto del nuovo pontificato non è stato di natura teologica o pastorale, bensì psicologico. La Curia romana ha tirato un sospiro di sollievo: finalmente un papa che non costringe a interpretare, a spiegare, a smentire; finalmente un papa che non parla troppo; anzi, un papa che non parla a sproposito, cioè in modo imprevedibile.
Leone XIV parla come un documento. Non perché sia incapace di altro, ma perché ha scelto che la chiesa torni a essere un insieme di testi ben scritti, ben calibrati, ben sterilizzati, dove ogni frase è stata limata fino a perdere qualunque capacità di incidere sullo status quo, fosse anche solo a parole (come la chiesa ha sempre fatto).
Le parole dette: il matrimonio
Prendiamo uno dei pochi ambiti in cui il papa ha parlato con chiarezza: la famiglia.
Nei suoi interventi ufficiali, Leone XIV ha ribadito più volte che il matrimonio è solo tra un uomo e una donna, definendolo “fondamento naturale e sacramentale della società”. Un’espressione elegante per dire che su questo punto non si discute. Nessuna apertura, nessuna ambiguità, nessun “discernimento”. La dottrina resta quella di sempre, ma con un tono più gentile, più sorridente, più educato.
È la restaurazione soft: stessa esclusione, ma senza alzare la voce.
Il problema non è ciò che dice – dato che la chiesa ha sempre detto questo –, ma quando lo dice. In un mondo in cui milioni di persone vivono famiglie che la chiesa considera ontologicamente sbagliate, Leone XIV sceglie di parlare non per includere, ma per riconfermare il confine.
È il papa che non insulta, ma nega con cortesia.
Per metterla in poesia:
“Non si dica più frociaggine,
si mantenga la stronzaggine”
Le parole dette: l’aborto
Leone XIV mantiene una posizione coerente con la dottrina della chiesa, considerando l’aborto una violazione della dignità della vita umana fin dal concepimento, ritenendolo inammissibile in ogni circostanza e definendolo “il più grande distruttore della pace” in discorsi come quello tenuto al convegno One humanity, one planet (occasione nella quale ha avuto la sciagurata idea di citare quella pazza svitata di Madre Teresa di Calcutta).
Non contento, Lion ha criticato l’uso di risorse pubbliche per l’interruzione volontaria di gravidanza e le politiche europee che la promuovono come “sicura”. Perché si sa, per la chiesa è preferibile che i soldi pubblici siano destinati a scuole cattoliche, otto per mille e privilegi vari, piuttosto che a medici non obiettori.
“… in tal senso, la Santa Sede … ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie”: e pazienza (santa!) per tutte le bambine stuprate e ingravidate… perché la vita è sacra, vero, Santità?
Le parole non dette: la pedofilia
E poi ci sono le non parole, quelle che pesano più di qualunque enciclica.
Sul tema della pedofilia nel clero, Leone XIV ha fatto ciò che sa fare meglio: ha parlato del dolore, non delle responsabilità. Ha evocato le vittime, ma ha evitato accuratamente di nominare strutture, complicità, coperture, responsabilità sistemiche. Nessuna parola netta sulla catena del silenzio,
nessuna assunzione di colpa istituzionale che non sia già stata pronunciata mille volte in forma astratta, nessun gesto simbolico che indichi una rottura reale. Il messaggio implicito è chiarissimo: la chiesa non si è mossa e non intende muoversi.
Come dite? Basterebbe cambiare qualche norma, ad esempio introducendo l’obbligo di denunciare gli abusi in capo ai vescovi?
Giammai! Bisogna “tutelare la privacy delle vittime”.
Il silenzio, qui, non è distrazione. È strategia.
Il papa dell’ordine morale
Leone XIV ama parole come “disciplina”, “formazione”, “fedeltà”, “chiarezza dottrinale”. Parole che non scaldano, ma mettono in riga.
È il linguaggio di chi governa un’istituzione che ha paura di perdere autorità più di quanto abbia paura di perdere credibilità.
Quando parla di donne, le ringrazia.
Quando parla di laici, li incoraggia.
Quando parla di giovani, li benedice.
Ma non sposta mai il centro del potere.
Il sacerdozio resta maschile, verticale, separato. La chiesa resta una struttura in cui chi decide non coincide mai con chi subisce le decisioni.
L’arte di non creare problemi
Leone XIV è il papa ideale in un’epoca in cui la chiesa non vuole più cambiare il mondo, ma sopravvivere a esso. Non provoca governi. Non irrita i potenti e, anzi, se li liscia (basti pensare all’incontro con Herzog).
Non destabilizza i fedeli.
È un papa post-profetico: non annuncia, amministra. Non denuncia, regola. Non apre conflitti, li congela.
Il suo pontificato non è scandaloso. È peggio: è rassicurante.
Rassicura chi teme il cambiamento, chi beneficia dello status quo, chi confonde la stabilità con la verità.
Bilancio finale: il papa che funziona
Dopo nove mesi, Leone XIV funziona.
Funziona per la Curia, per l’istituzione, per chi pensa che la chiesa non debba chiedere scusa, ma solo parlare meglio.
Non è il papa delle rotture.
È il papa che trasforma la prudenza in virtù suprema e il silenzio in atto pastorale.
E forse è questo il punto più inquietante: Leone XIV non sbaglia mai, perché ha imparato perfettamente l’arte di non dire nulla che possa davvero cambiare qualcosa.
Perle di saggezza:
aforismi leonini (con relativo commento)
“Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre”
… e i musulmani muti!
“In Gesù Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo”
Poi, però, si è reso odioso rivelandosi nella chiesa cattolica.
“Solo i popoli informati possono fare scelte libere”
Non a caso, la maggior parte dei credenti è ignorante.
“Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio”
… e magari anche dall’arroganza e dall’autoreferenzialità, vero, Santità?
“Il Signore non abbandona mai il suo popolo, lo raduna quando è disperso e lo custodisce come un pastore il suo gregge”
Mi sa che in Palestina il “pastore” si è distratto… ah, già, i palestinesi sono quelli brutti e cattivi!
“Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio…”
E magari con la nuova Multivan Volkswagen, visto che la Fiat 500 usata da Bergoglio era troppo umile!
“Un elemento fondamentale del ritratto di un vescovo è essere un pastore, capace di essere vicino ai membri della comunità”
E infatti di pecore ne avete a milioni!
“Non bisogna cedere alla tentazione di vivere isolati, separati in un palazzo, accontentandosi di un certo livello sociale o di un certo livello all'interno della Chiesa. E non dobbiamo nasconderci dietro un'idea di autorità che oggi non ha più senso”
Bene! Allora aspettiamo con ansia che lei si presti a dibattiti pubblici, interviste non preconfezionate, confronti sulla storia del cristianesimo, ok?
In conclusione, rimane aperto un ultimo, angosciante quesito: perché mai il nuovo papa ha scelto il nome di “Leone”? Sarà stata una buona idea porsi in continuità con Leone XIII, alias Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, pontefice dal 1878 al 1903?
Mi sa di no…
Ne parleremo in un successivo articolo.
22 febbraio 2026
Israele moderno non applica la Bibbia come codice giuridico.
Eppure, alcuni suoi esponenti politici parlano e agiscono come se lo facesse. Il problema, quindi, non è religioso ma politico: quanto pesa ancora oggi il racconto biblico nella giustificazione delle rivendicazioni territoriali?
Il punto centrale
La domanda non è se la conquista di Canaan sia realmente avvenuta, bensì: viene usata come se fosse avvenuta? (1)
Tra storia e politica, infatti, esiste una differenza decisiva: la storia deve dimostrare; il mito deve convincere.
Quando la Bibbia entra nel discorso politico
In Israele esiste una pluralità di posizioni, ma una parte della destra religiosa ha esplicitamente collegato politica contemporanea e narrazione biblica.
Un caso emblematico è quello di Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso.
Nel 2015 fu co-firmatario di una proposta secondo cui, nei casi non risolvibili con la legislazione civile, si sarebbe dovuto ricorrere anche alla tradizione religiosa ebraica; e nel 2019 dichiarò di voler “ristabilire il sistema giudiziario della Torah” e che Israele dovrebbe “governarsi come ai tempi di re Davide”.(2)
Smotrich sostiene l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, nega l’esistenza del popolo palestinese e ha più volte evocato la distruzione totale di città come Rafah. Ha inoltre giustificato separazioni etniche, opponendosi ai matrimoni misti e definendo “naturale” evitare la convivenza tra ebrei e non ebrei.(3)
Accanto a lui si colloca Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale e leader di Otzma Yehudit.
Fin da giovane militò in movimenti favorevoli al trasferimento degli arabi fuori da Israele, fu incriminato decine di volte e partecipò ad alcuni scontri maneggiando tanto di pistola contro palestinesi.
Prima di entrare al governo conservava in casa il ritratto di Baruch Goldstein, autore della strage di Hebron del 1994.(4)
Secondo la sociologa israeliana Eva Illouz, posizioni simili rappresentano un caso di “fascismo ebraico”. In tal senso, è chiaro che si tratta di esempi che non descrivono Israele nel suo insieme, ma dimostrano che una parte della politica utilizza esplicitamente categorie bibliche nella retorica contemporanea.
Il richiamo diretto alla conquista biblica
Il riferimento principale è il concetto di terra promessa.
Nei libri del Deuteronomio e di Giosuè compare il concetto di herem,
“votare allo sterminio”, “non lasciare anima viva”: le popolazioni locali dovevano essere eliminate perché occupavano una terra assegnata divinamente.
Oggi sappiamo che questi racconti non sono cronache storiche.
L’archeologia ha dimostrato che non vi fu alcuna “conquista” violenta di Canaan da parte degli Israeliti e che le trasformazioni avvenute intorno al 1200 a.C. nell’area dipesero dall’emergere interno di gruppi cananei e non da un’azione esterna.
E proprio qui sta il punto: la loro funzione non era storica, bensì ideologica. Già allora.
Dal mito al sionismo
Nel primo sionismo la Bibbia ebbe soprattutto un ruolo culturale.
Ben-Gurion la definiva “atto di proprietà” simbolico del popolo ebraico.
Successivamente, alcune correnti religiose la trasformarono in argomento politico concreto.
Il movimento Gush Emunim, nato nel 1974, promosse gli insediamenti nei territori occupati perché considerati “concessi da Yahweh”.
Dopo il 7 ottobre 2023, anche Netanyahu ha citato il versetto: “Ricordati di ciò che ti fece Amalek” e non a caso. Nella tradizione ebraica, infatti, Amalek è il nemico archetipico da cancellare e nel tempo il nome è stato associato a vari nemici storici – compresi i nazisti –, mostrando la sua potenza simbolica.(5)
Il meccanismo politico
Ed ecco la domanda da un milione di dollari: come mai certi politici e certi movimenti israeliani continuano a citare i racconti della conquista di Canaan come se fossero modelli concreti di azione, nonostante l’accademia (anche israeliana!) li considera in larga parte mitici e teologici?
Qui, emerge la dinamica reale.
Lo storico chiede: che cos’è accaduto?
Il politico chiede: che cosa può essere utile per convincere, giustificare e mobilitare?
Soprattutto, permettetemi di dire, c’è una asimmetria comunicativa: gli studi archeologici trovano spazio su libri e riviste accademiche; un versetto biblico, invece, viene “urlato” in piazza e, purtroppo, questo fa molta più presa ed effetto.
E, visto che per la politica accettare le conclusioni accademiche – vale a dire, in larga parte, la verità storica – significherebbe indebolire le rivendicazioni territoriali, ecco che, ben più della storia, si rivela utilissimo il mito.
Non a caso una parte consistente della popolazione israeliana resta religiosa, tanto che circa il 64% dichiara di credere in Dio secondo la tradizione ebraica, con una forte componente ortodossa e tradizionale.
Il linguaggio biblico parla quindi alla pancia dell’elettorato.
Come in altri paesi si evocano “valori cristiani”, qui si evocano Giosuè e Amalek.
Il risultato concreto
Non esiste un decreto ufficiale di espulsione biblica, ma demolizioni, restrizioni edilizie ed espansione degli insediamenti producono uno spopolamento progressivo.
In certa retorica nazional-religiosa, i palestinesi assumono il ruolo simbolico dei Cananei: non popolo contendente, ma presenza illegittima.
La terra non sarebbe contesa, ma già “promessa”.
Perché il mito vince sulla storia
Mentre un archeologo dedica tempo ed energie a mettere per iscritto un saggio complesso, cercando in genere la verità storica, un politico si limita a pronunciare due parole: “ricorda Amalek”.
Perché? Per il semplice fatto che ridurre la conquista a mito umano rappresenterebbe per molti un vero e proprio “suicidio identitario”.
Ecco perché la politica continua a usarla operativamente anche quando la ricerca la considera simbolica.
Volete mettere l’impatto emotivo e l’immediatezza di quel “ricorda Amalek” di fronte a una dissertazione accademica in cui si spiega l’origine leggendaria della conquista?
Immaginate ad esempio se un archeologo spiegasse:
“La cosiddetta conquista di Canaan, lungi dal poter essere ricondotta a un evento storicamente verificabile, si configura piuttosto come un dispositivo narrativo di auto-legittimazione etno-teologica, in cui la topografia simbolica del mito sostituisce la geografia empirica, trasformando la memoria tribale in un palinsesto teofanico a funzione retro-proiettiva”.
Sarebbe un po’ come se Salvini spiegasse ai propri elettori il ponte di Messina non dicendo semplicemente “il ponte si farà”, ma usando parole come
“Il ponte sullo Stretto, che non è solo un ponte ma un concetto di ponte – un paradigma infrastrutturale di connessione reticolare fra sponde non soltanto geografiche ma anche identitarie – costituirà, grazie alla sua curvatura ingegneristicamente piatta e alla sospensione in modalità bimodale-eolica, un hub di attraversamento resiliente capace di generare una continuità discontinua, o se vogliamo una discontinuità continua, che sarà misurata in termini di coesione territoriale percepita e, per così dire, quantificabile solo ex post”.
Sarebbe un po’ troppo pretendere che la gente – e soprattutto gli elettori di destra – lo comprendessero, vero?
Conclusione
Israele, come stato, non applica la Bibbia come legge (e per fortuna, direi!), ma una parte della sua retorica politica usa la Bibbia come giustificazione.
Non perché sia storia – visto che in larghissima parte non lo è –, ma proprio perché è mito e, in quanto tale, funziona assai meglio della storia, non descrivendo la realtà, ma orientandola.
Il che, come stiamo tristemente vedendo, funziona alla grande.
NOTE
1. Canaan è l’area oggi coincidente grosso modo con i territori della Palestina e di Israele
2. Con Torah si indicano i primi cinque libri delle scritture ebraiche (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), corrispondenti al Pentateuco della Bibbia cristiana.
3. Nel 2015, Smotrich difese un costruttore israeliano che non voleva vendere case ad acquirenti arabi, affermando: “Chi vuole proteggere il popolo ebraico e si oppone ai matrimoni misti non è razzista. Chi vuole che gli ebrei vivano una vita ebraica senza non ebrei non è razzista”. Nel 2016 scrisse su Twitter che sosteneva la separazione tra donne arabe ed ebree nei reparti maternità: “È naturale che mia moglie non voglia sdraiarsi accanto a qualcuno che ha appena dato alla luce un bambino che potrebbe voler uccidere il nostro tra vent’anni”. Nel 2021 disse ai membri arabi del parlamento israeliano: “Siete qui per errore. È stato un errore che Ben-Gurion non abbia finito il lavoro nel 1948”. Per inciso, ha anche definito il Gay Pride “una parata di bestie” e “un’abominazione”, riprendendo in questo caso la terminologia biblica.
4. Nel 2022, Ben-Gvir ha preso parte agli scontri a Sheikh Jarrah tra coloni ebrei israeliani e residenti palestinesi locali, brandendo una pistola e dicendo alla polizia di sparare ai palestinesi, ai quali egli stesso urlava loro “siamo i padroni di casa qui, ricordatelo, io sono il vostro padrone di casa”: parole ripetute la mattina dopo le elezioni del 2022 nel suo tweet di vittoria.
5. Nella Bibbia, Amalek è il capostipite degli Amaleciti, un antico popolo nomade stanziato nel deserto del Negev, a sud della Palestina, nonché nemico acerrimo degli Israeliti, tanto da essere identificato come simbolo del male e condannato da Dio allo sterminio per avere proditoriamente attaccato gli ebrei durante l’Esodo; nel Deuteronomio, infatti, Dio dice a Mosé “ricòrdati di quel che ti fece Amalek, durante il viaggio, quando uscisti dall’Egitto” e gli ordina di “cancellare la memoria di Amalek sotto al cielo”.