BIBBIAGGINI
AMENITÀ, LUOGHI COMUNI e ASSURDITÀ del "SACRO TESTO"
AMENITÀ, LUOGHI COMUNI e ASSURDITÀ del "SACRO TESTO"
La storia di Onan tratta da una storia biblica
a fumetti in lingua inglese.
17 marzo 2026
“Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si mariterà fuori, con un forestiero; il suo cognato verrà da lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere del cognato; il primogenito che essa metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto perché il nome di questo non si estingua in Israele. Ma se quell’uomo non ha piacere di prendere la cognata, essa salirà alla porta degli anziani e dirà: Mio cognato rifiuta di assicurare in Israele il nome del fratello; non acconsente a compiere verso di me il dovere del cognato. Allora gli anziani della sua città lo chiameranno e gli parleranno; se egli persiste e dice: Non ho piacere di prenderla, allora sua cognata gli si avvicinerà in presenza degli anziani, gli toglierà il sandalo dal piede, gli sputerà in faccia e prendendo la parola dirà: Così sarà fatto all’uomo che non vuole ricostruire la famiglia del fratello. La famiglia di lui sarà chiamata in Israele la famiglia dello scalzato” (Deuteronomio 25:5-10)
Il passo biblico appena riportato fa riferimento al cosiddetto levirato (dal latino levir, cognato), un’antica usanza praticata dagli Ebrei e da molti altri popoli, secondo la quale, se un uomo sposato fosse morto senza figli, suo fratello o il suo parente più prossimo avrebbe dovuto sposare la vedova e il loro primogenito sarebbe stato considerato a tutti gli effetti figlio del defunto.
La motivazione addotta dalla Bibbia per questa norma era semplice: garantire che il defunto avesse una discendenza e, soprattutto, evitare che le terre finissero in mani di estranei (ad esempio il nuovo marito della vedova). Il testo biblico specifica che la norma è valida solo per fratelli che abitano insieme, a suggerire appunto il fine della protezione dei beni di famiglia. In più, il levirato assolveva anche a un’altra funzione sociale: garantire un marito alla vedova, in una società in cui le donne non lavoravano e quindi avevano bisogno di un uomo che provvedesse al loro sostentamento.
L’origine di questa norma si trova nel capitolo 38 della Genesi, che si sofferma sui tre fratelli Er, Onan e Sela, nipoti di Giacobbe, il primo dei quali prese in moglie una certa Tamar. Non si sa come, però, egli “si rese odioso al Signore”, che lo fece morire. L'anziano padre, allora, ordinò all’altro figlio, Onan, di unirsi alla vedova del fratello morto: “compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello”. Sennonché, Onan non gradiva che l’eventuale prole sarebbe stata considerata non sua e quindi, quando aveva rapporti sessuali con la cognata, disperdeva il proprio seme per terra e per tale comportamento Dio lo fece addirittura morire.
Come molti lettori avranno intuito, il personaggio di Onan ha dato origine all’espressione “onanismo”, coniata nel Settecento, che indica appunto la pratica del coito interrotto – e, quindi, della dispersione del seme – nel tentativo di impedire il concepimento. Nell’uso corrente, tuttavia, al termine è stato accostato, impropriamente, il significato di masturbazione.
Nel racconto biblico, Onan non compie un atto “immorale” nel senso moderno, ma viola la norma sociale fondamentale che imponeva al fratello del defunto di garantirgli un erede, tutelando la continuità della famiglia e la stabilità della comunità. La sua scelta di sottrarsi a questo dovere rappresenta pertanto una devianza sociale chiara e punibile, secondo le regole dell’antico Israele (per quanto barbare esse possano apparirci). Il racconto di Onan, in pratica, diventa un specchio dell’etica dell’epoca: ciò che contava era rispettare le norme sociali, non misurare la gravità morale secondo un criterio universale.
Cercando tuttavia di comprendere il "metro di valutazione" di Dio, vorrei chiedere ai teologi come giustificare l'inquietante discrepanza secondo la quale atti di ben maggiore gravità, come gli abusi commessi da figure religiose contemporanee, non trovano castighi divini immediati. La riflessione moderna, più cinica ma necessaria, ci porta in sintesi a chiedere: se Dio punisce Onan per non avere garantito la discendenza del fratello, perché non fa altrettanto con chi danneggia vite innocenti in maniera infinitamente più grave?
Alt. Stop. Fermi là, credenti. Non tirate in ballo la "mentalità dell'epoca". Già, perché le norme divine dovrebbero innanzitutto essere improntate all'amore e alla giustizia e, in secondo luogo, avere valore eterno e non legato a un determinato periodo storico. Ecco perché non solo un Dio d'amore non avrebbe mai partorito norme rozze e barbare come il levirato, ma se proprio l''avesse fatto, allora in base a quel parametro di "etica" avrebbe previsto per i preti pedofili i più atroci e raffinati tormenti.
La conclusione, pertanto, è quella consueta: le narrazioni bibliche non sono storia e non hanno per protagonista nessuno dio; semplicemente, riflettono realtà, esigenze e priorità sociali di tempi lontani, espresse per mezzo di aneddoti creati ad hoc e legittimate dall'avallo divino.
Per chiudere, due parole sullo slittamento semantico del termine "onanismo". Come appare evidente, i cattolici hanno distorto il senso originario del racconto, in quanto l’atto punito non era un gesto sessuale in sé, ma il rifiuto di un dovere sociale. I teologi, invece, hanno scelto di spostare l’attenzione dal peccato comunitario alla colpa individuale e sessuale, creando un tabù morale che ha pesato sulle coscienze per millenni e reinterpretando la punizione nel senso di un controllo morale sulla sessualità privata.
Bravi anche i "teologi morali", dunque! Bravi a trasformare in masturbazione un gesto che tale non era e, da lì, bravi a inventarsi - sostenuti da una parte della medicina - conseguenze fisiche disastrose per coloro che la praticano, inclusa la cecità. E soprattutto bravi e ipocriti quanto il loro dio, visto che hanno passato secoli a condannare gli "atti impuri", il sesso extramatrimoniale e l'omosessualità senza mai dedicare una riflessione né esprimere analoghe condanne per le violenze e gli abusi commessi da membri del clero.
Il Mosè di Michelangelo, esposto a Roma
nella chiesa di San Pietro in Vincoli
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Il Mosè cornuto di Gustave Doré e, a destra, la statua in bronzo di Charles Henry Niehaus (Library of Congress, Washington D.C.)
Immagini di pubblico dominio
28 febbraio 2026
Il racconto biblico legato al vitello d’oro narra che quando Mosè scese dal Sinai aveva la faccia radiosa, dato che aveva parlato con Yahweh. A questo proposito, è a dir poco bizzarro scoprire che molto spesso il personaggio è stato rappresentato con tanto di corna: una presenza dovuta quasi certamente a un errore di Girolamo, che tradusse l’espressione “faccia radiosa” rendendola in latino con cornuta facies, vale a dire “faccia cornuta” (rinvio alla Vulgata), donde la diffusa credenza che Mosè fosse disceso dal monte appunto con un paio di corna sul capo.
Quella tradizione rimase talmente radicata da essere scolpita anche da Michelangelo nella famosa statua databile al 1513-1516 per il complesso concepito come tomba del papa Giulio II e oggi conservata a Roma in San Pietro in Vincoli. Per la precisione, traducendo il versetto di Esodo 34:29 – “quando Mosè scese dal monte Sinai non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui [Dio]” – Girolamo dovette confondere l’ebraico qaran o qarnaim (“raggi”) con keren (“corna”), incorrendo nel fatale errore.1
In realtà, l’uso del termine “cornuto” per descrivere Mosè è precedente a Girolamo e può essere fatto risalire allo studioso ebreo di lingua greca Aquila di Sinope (II secolo d.C.), le cui traduzioni greche erano ben note a Girolamo. Il termine ebraico qāran può riflettere un concetto allegorico di “glorificato” oppure di cerchi o raggi di luce.
Sia come sia, l’errore di traduzione si trasmise ad altre versioni della Bibbia, dando luogo ad assurdità come quella della Bibbia cattolica Douay-Rheims del 1609, nella quale leggiamo che quando Mosè scese dal Sinai con le tavole, “non sapeva che il suo volto era cornuto per la conversazione con il Signore”! Viceversa, le traduzioni non basate sulla Vulgata non contengono l’errore; la Bibbia di re Giacomo, ad esempio, essendo basata sul testo masoretico, recita “Mosè non sapeva che la pelle del suo volto risplendeva mentre parlava con Lui”.
Mosè con le corna compare probabilmente per la prima volta nelle raffigurazioni dell’XI secolo e per tutto il Medioevo e il Rinascimento continua a competere con il Mosè senza corna. Alcune raffigurazioni – con o senza corna – avevano probabilmente connotazioni antisemite; in quel periodo, infatti, si era sviluppata la credenza che gli ebrei possedessero le corna, anche sulla base dei distintivi e dei copricapi con corna che erano obbligati a portare, donde il Mosè quale simbolo dell’ “ebreo cornuto”.
Intorno al 1500, finalmente, si diffuse la consapevolezza che “cornuto” era una traduzione errata. Le corna, quindi, iniziarono a essere sostituite da due fasci di raggi di luce scaturenti anch’essi dalla testa, come si vede ad esempio negli affreschi della Cappella Sistina. Questa soluzione rimase in uso fino al XIX secolo – comparendo ad esempio nelle celeberrime illustrazioni bibliche di Gustave Doré (1866, foto) – e finì anzi per essere abusata, visto che in alcune immagini i raggi vengono affibbiati anche a Mosè bambino, sebbene il racconto biblico li faccia spuntare nel momento della consegna delle tavole della Legge.
Il “Mosè cornuto”, tuttavia, tornò di tanto in tanto a farsi vivo. Ne è un esempio la statua in bronzo di Charles Henry Niehaus, risalente alla fine dell’Ottocento e collocata nella sala della Library of Congress a Washington D.C. (foto)
Il Mosè di Michelangelo merita attenzione anche per un’altra questione: le tavolette sono vuote, vale a dire prive di testo. Un errore dello scultore? Nient’affatto: non è un errore né una dimenticanza, bensì una scelta iconografica e concettuale deliberata, coerente con il significato teologico e drammatico della scultura. In sintesi, Michelangelo non raffigura Mosè mentre riceve la Legge, ma dopo, nel momento di massima tensione drammatica: Mosè è appena sceso dal Sinai, ha visto il vitello d’oro e sta per distruggere le tavole. In quest’istante, la Legge è già stata tradita dal popolo e le tavole, quindi, non hanno più valore: sono destinate alla rottura.
Rappresentarle senza iscrizioni leggibili equivale a dire che la Legge mosaica era scritta, ma la legge “nuova” (quella cristiana) vive nella grazia e pertanto non ha bisogno di testo. Siamo quindi in presenza di un’interpretazione cristiana di Mosè, visto come grande legislatore, ma precursore di qualcosa che lo supera. Più prosaicamente, inoltre, è probabile che Michelangelo non fosse interessato alla scrittura come elemento visivo, in quanto iscrizioni minuscole sarebbero state illeggibili dalla distanza e avrebbero distratto dalla potenza plastica della figura; non a caso, nel Rinascimento non è affatto raro che le tavole di Mosè siano vuote, lisce o solo accennate, dando per scontato che l’osservatore sappia già cosa contengono.
Per concludere, ricordiamo che a questa scultura è legato l’aneddoto secondo il quale Michelangelo, contemplando la sua opera durante le ultime rifiniture e stupito egli stesso dal risultato, abbia esclamato “Perché non parli?”, percuotendo il ginocchio di Mosè con il martello e provocando in tal modo una piccola scheggiatura ancora visibile. L’episodio è di natura chiaramente leggendaria, considerando che non ne fanno cenno né Giorgio Vasari nelle sue Vite – dedicate ai principali architetti, pittori, e scultori italiani da Cimabue in poi –, né Ascanio Condivi – biografo e confidente di Michelangelo –, né altre fonti contemporanee. L’aneddoto comparve tardi, per tradizione orale e letteraria, e fu ripreso soprattutto in epoca moderna e ottocentesca.
Quanto al segno sul ginocchio, sì, c’è davvero, ma pare azzardato attribuirlo a un colpo di martello “emotivo”. Più probabilmente, si tratta di una correzione tecnica in corso d’opera, oppure di un difetto del marmo o magari di un danno successivo provocato dal trasporto, da un restauro o da un micro-urto.
NOTE
1 Nei versetti successivi si legge che da quel momento Mosè si mise un velo sulla testa, che toglieva solo quando parlava con Yahweh.