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NEWS DAL MONDO CATTOLICO
NEWS DAL MONDO CATTOLICO
13 aprile 2026
E così, rottura fu tra i due più importanti statunitensi sulla scena mondiale, vale a dire “Don” Trump e “don” Prevost; presidente degli USA il primo, re del Vaticano (“papa” per i non addetti ai lavori) il secondo.
Trump, infatti, non le ha mandate a dire al pontefice, attaccandolo con una veemenza che mai, fino a oggi, un leader mondiale aveva utilizzato nei riguardi del successore di Pietro e che lascia presagire il lancio di qualche drone sui giardini vaticani.
Sorvolando sull’infelice titolo comparso sul sito dell’agenzia ANSA (“Donald Trump spara a zero su Papa Leone”, ben poco azzeccato in un periodo in cui il bullo d’oltreoceano sta realmente sparando a mezzo mondo), siamo senza dubbio in presenza di un attacco senza precedenti, con il quale Trump ha definito papa Leone un "debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera": in pratica, più un micio che un leone.
E il presidente ha rincarato la dose: "Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga: lui ha capito tutto", ha affermato Trump, confermando una contorta mentalità secondo cui le persone intelligenti sono solo i fautori di Maga e avvalorando l’idea di essere ormai affetto da chiara demenza visto che gli sfugge che in genere i papi parlano in favore della pace.
Le esternazioni trumpiane sono dovute senza dubbio ai ripetuti discorsi di pace pronunciati dal papa e nei quali si coglieva chiaramente tra le righe che quelle parole erano indirizzate proprio al suo connazionale dal rosso ciuffo.
Certo, Trump poteva risparmiarsi – sostenuto in questo dai suoi più fanatici e integralisti collaboratori – l’ardire di proporsi come “secondo Gesù”, considerando anche che a differenza del nazareno lui non porge l’altra guancia, non sostiene la monogamia e non opera miracoli di sorta se non la moltiplicazione delle banconote e degli scandali.
Dulcis in fundo, Trump si è addirittura attribuito il merito dell'elezione papale di Prevost, affermando che non era tra i papabili ed è stato scelto solo perché, “in quanto statunitense, avrebbe potuto gestire al meglio il rapporto con il presidente USA”.
Ora, metto subito le mani avanti e preciso di non stare affatto dalla parte del papa, se non altro perché siamo in presenza di uno scontro tra due istituzioni (gli USA e la chiesa) che sono autentici colossi dell’ipocrisia, della violenza, dell’arroganza e dell’opportunismo. Tuttavia, vorrei far notare che in fondo, a ben vedere, Trump è mosso semplicemente – e banalmente – dall’invidia.
Sì, perché innanzitutto vorrebbe essere lui il vicario di Cristo. Certo, il “suo” Cristo avrebbe mosso guerra a Roma, avrebbe chiuso le frontiere ai non israeliti, avrebbe tramutato l’acqua in petrolio e, soprattutto, avrebbe fondato il movimento MIGA (Make Israel Great Again)… e Trump amerebbe essere il successore di questo Cristo, con buona pace di chi si dice vicario di un predicatore “peace and love”.
E poi, dove vogliamo mettere quei cappellini rossi con i quali il presidente USA scimmiotta le eleganti e sfarzose tiare del clero cattolico? Non è un chiaro segno di invidia mista a frustrazione?
Inoltre, anche Trump vorrebbe oltre un miliardo di fedeli sparsi per il mondo, una rete capillare che funziona da duemila anni senza bisogno di campagne elettorali e soprattutto una sede centrale che fa impallidire qualsiasi residenza presidenziale. Perché sì, diciamolo chiaramente: tra la Basilica di San Pietro e la Casa Bianca non c’è partita, con la prima che stravince sotto ogni aspetto e che, ironia della sorte, tra le altre cose è anch’essa bianca.
Se passiamo poi all’aspetto, come dire… geometrico, ecco che Trump ha il Pentagono, ma il Papa ha il triangolo; o meglio, la Trinità. E qui la partita si fa impari, perché puoi anche avere una megastruttura a cinque lati, ma tre persone in una è qualcosa che va al di là di qualsiasi capacità umana e porta con sé un mistero che sopravvive in eterno.
E poi c’è la questione del tempo… In fondo, gli Stati Uniti sono solo una banale startup, nata da poco più di due secoli, mentre la chiesa è una multinazionale vecchia di duemila anni, che è già sopravvissuta a imperi, regni, rivoluzioni e social network.
Il vero colpo basso, però, arriva quando si parla di potere puro e semplice. Certo, un presidente USA ha la valigetta con il pulsante rosso, muove le forze armate come se giocasse a Risiko (cosa che Trump, in particolare, fa davvero) e ha un peso enorme sullo scacchiere politico mondiale. Ma volete mettere tutti quei papi che hanno scomunicato imperatori, che hanno ridisegnato equilibri politici, che hanno lanciato veti e anatemi a mezzo mondo e che si sono addirittura permessi di scrivere il Syllabus, così, giusto per chiarire cosa è giusto e cosa è sbagliato per l’intera umanità? Altro che executive orders!
E allora eccolo lì, Trump, a guardare con assoluta frustrazione questo concorrente inattaccabile e, quindi, inevitabilmente a sbroccare. Perché puoi twittare quanto vuoi, ma non riuscirai mai a competere con un’istituzione il cui fondatore ha camminato sulle acque, mentre tu, sulle acque, non riesci nemmeno a far passare le petroliere.
E così, ecco spiegato lo sfogo antipapale del cosiddetto tycoon.
Comprendiamolo.
Trump avrebbe voluto un conclave anche per le presidenziali USA.
Avrebbe voluto dodici ministri con i quali cacciare dal tempio i narcos, avrebbe desiderato entrare a Washington a dorso di un puledro tra due ali di folla che agita ramoscelli d’ulivo, avrebbe agognato scagliare la prima pietra contro i gay e, soprattutto, avrebbe tanto voluto inscenare la propria morte per poi riemergere trionfante dal sepolcro vuoto.
E invece, non potrà ottenere nulla di tutto ciò.
E di lui non ci rimarrà neppure un resoconto scritto. Nessun vangelo. Solo Epstein files.
27 marzo 2026
E bravo Leone.
Alla fine, come il tuo predecessore (quello della “frociaggine”), anche tu hai gettato la maschera.
Anzi, l’hai fatto senza troppi indugi, a meno di un anno dal tuo insediamento (e, chiamandoti Leone, vorrei canticchiare il disneyano “è giunto il momento del mio insediamento”).
Non solo, caro Leone, ti sei subito posto sulla scia dei precedenti papi e dell’intera chiesa, fingendo di preoccuparti per la piaga degli abusi sessuali dei preti, ma hai fatto un bel passo avanti, affermando senza mezzi termini (per l’esattezza due giorni fa, 25 marzo 2026) che per i sacerdoti rei di quell’odioso crimine bisogna nutrire “misericordia”.
L’invito è stato espresso da Felix Leo con una lettera inviata alla chiesa francese e il cui nocciolo è: siccome i preti pedofili e abusatori sono in primis peccatori (e solo in seconda battuta criminali), a loro è garantito il perdono. Parole che sanno di amnistia, non vi pare?
Nella missiva, dopo avere reiterato il tipico, vuoto invito a “proseguire la lotta contro gli abusi sui minori” e a “continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti”, il papa conclude scrivendo “è bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali”.
Da buon seguace di quel’ipocrita e pallone gonfiato che risponde al nome di Sant’Agostino, il papa riprende dunque il principio secondo cui la giustizia va esercitata per il bene della vittima e per il bene del peccatore e, quindi, per il secondo la sola strada praticabile è quella del perdono e della riabilitazione; con buona pace delle vittime e della giustizia, che dovranno rassegnarsi a vedere i preti abusatori continuare serenamente a svolgere il proprio servizio, magari ancora tra i minori, tutt’al più in un’altra parrocchia nella quale trovare nuovi “mercati” nei quali dare libero sfogo ai propri impulsi.
Per lo meno, seppure senza prendere mai alcun provvedimento concreto, Bergoglio proclamava la “tolleranza zero” a beneficio degli ingenui e di tanto in tanto sacrificava qualche capro espiatorio giusto per poter dire “visto?”. Questo papa, invece, con il messaggio alla chiesa francese ha indicato chiaramente la propria posizione, rassicurando le sue truppe circa il fatto che adesso un prete abusatore è prima di tutto un peccatore e, secondariamente, (forse) un criminale, meritevole di misericordia, mentre alle vittime la chiesa concederà semplice “attenzione” (parola che, oltretutto, suona piuttosto inquietante, soprattutto nella sua forma plurale).
Naturalmente, va sottolineato che l’attuale papa si era già espresso in termini analoghi circa sei mesi fa, quando nell’udienza con i vescovi ordinati nell’ultimo anno pare abbia (per così dire) “derubricato” il reato di abuso sessuale a semplici “comportamenti inappropriati da parte del clero”.
Vorrei chiudere quest’articolo ricordando un altro paio di pronunciamenti clericali su questo delicato tema e, in particolare, sulla sua particolarissima collocazione nella “gerarchia” dei crimini.
Il 16 aprile 2010, ad esempio, Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo di San Cristobal de la Casas, ebbe l’ardire di affermare che con la “proliferazione dell’erotismo” e del libertinaggio “non è facile, a volte, per i sacerdoti, mantenersi fedeli al celibato così come al rispetto per i bambini”.
Nel luglio dello stesso anno, poi, durante un’intervista al noto blog d’ispirazione cattolica Pontifex, Giacomo Babini, vescovo (anche lui degnamente emerito) di Grosseto, affermò che in un prete l’omosessualità è peggiore della pedofilia e che pertanto sarebbe opportuno mostrarsi maggiormente comprensivi “con un prete pedofilo che si penta e soffra della sua condizione” che non con un prete gay. Addirittura, il prelato si spinse a dichiarare “se mi fosse capitato un pedofilo non lo avrei denunciato, ma cercato di redimere”, mentre “con i viziosi bisogna essere intransigenti”. In pratica, per Babini è "vizioso" solo il prete omosessuale e non quello pedofilo, anche se il secondo, probabilmente, ha distrutto la vita di qualche insignificante bambino.
Prevedibilmente, non ci fu alcun intervento delle gerarchie ecclesiastiche al riguardo, né qualcuno si prese la briga di spiegare a Babini che mentre l’omosessualità è una variante della sessualità umana, la pedofilia è a tutti gli effetti un disturbo sessuale e un crimine.
Ma questo sarebbe pretendere troppo.
E in fondo, l’opinione di Babini è probabilmente quella della maggior parte dei religiosi.
7 marzo 2026
La preghiera del mese di marzo di papa Leone XIV è intitolata "Per il disarmo e la pace" e ovviamente ha tenuto conto del recentissimo attacco statunitense e israeliano all'Iran, invitandoci con geniale banalità a “comprendere che la vera sicurezza non nasce dal controllo che alimenta la paura, ma dalla fiducia, dalla giustizia e dalla solidarietà tra i popoli”.
Nella preghiera, il papa ha chiesto di "elevare la nostra supplica" per la pace nel mondo implorando Dio affinché "disarmi nostri cuori dall’odio, dal rancore e dall’indifferenza, perché possiamo diventare strumenti di riconciliazione”; e ha aggiunto: “Tu che hai salutato i tuoi discepoli dicendo: ‘La pace sia con voi’, concedici il dono della tua pace e la forza di realizzarla nella storia” (ma forse quando Dio ha coniato il motto "la pace sia con voi" l'ha buttata lì su due piedi).
Ebbene, a fronte dell'ennesimo appello petrino è inevitabile notare che ogniqualvolta scoppia una guerra, il copione è sempre lo stesso. I leader politici mobilitano gli eserciti, gli analisti riempiono i talk show e dal Vaticano arriva l’immancabile appello: pregate per la pace. L’invito è solenne, accorato, spesso accompagnato da rosari collettivi e veglie notturne.
Peccato che, osservando la storia, sembri che dall’altra parte del cielo nessuno risponda.
I papi hanno invitato a pregare per la pace in occasione di ogni grande conflitto degli ultimi due secoli. Durante la Prima guerra mondiale, Benedetto XV implorò i fedeli di pregare affinché cessasse “l’inutile strage”. Le preghiere salirono copiose verso il paradiso, ma la guerra proseguì per altri due anni e lasciò sul campo milioni di morti.
Durante la Seconda guerra mondiale, Pio XII moltiplicò appelli e inviti alla preghiera (senza mai condannare esplicitamente i nazisti, ma questa è un’altra storia), ma anche in quel caso il cielo rimase ostinatamente silenzioso mentre l’Europa bruciava.
Negli anni più recenti la scena si è ripetuta con una regolarità quasi liturgica.
Giovanni Paolo II chiese preghiere per la pace durante le guerre nei Balcani e in Iraq.
Benedetto XVI fece lo stesso.
Papa Francesco ha proclamato più volte giornate mondiali di preghiera per la pace, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Il risultato, a giudicare dai fatti, è sempre identico: le guerre continuano, nell’indifferenza dell’Altissimo.
A questo punto una domanda sorge spontanea. Se si considera la lunga serie di appelli rimasti senza risposta, non sarebbe ragionevole concludere che Dio – almeno sul piano operativo – sembra sorprendentemente sordo?
Naturalmente i credenti non lo dicono. Preferiscono ricorrere a formule più eleganti: “i tempi di Dio non sono i nostri”, “il disegno divino è misterioso”, “la libertà umana limita l’intervento divino”. Tutte spiegazioni rispettabili, ma che hanno una curiosa proprietà: funzionano sempre, qualunque cosa accada.
Il paradosso è evidente. Quando le preghiere non producono alcun effetto visibile, la fede non vacilla: semplicemente si aggiunge una nuova spiegazione teologica. È un meccanismo perfetto, perché rende la teoria impossibile da smentire.
L’interrogativo più intrigante, tuttavia, è un altro: perché continuare a pregare per fermare le guerre dopo che sono già scoppiate? Se davvero Dio ascolta e interviene nella storia, non sarebbe più efficiente rivolgersi a lui già prima? Una richiesta preventiva potrebbe suonare così: “Signore, evita che i governi precipitino nel conflitto, impedisci le decisioni che porteranno alla guerra”.
Lo stesso vale per catastrofi e cataclismi quotidiani. Se la preghiera ha un effetto reale, perché non chiedere sistematicamente a Dio di prevenire incidenti, terremoti, epidemie e naufragi, invece di pregare soltanto dopo che il disastro è già avvenuto?
Il che vale anche per i più banali incidenti della vita quotidiana. Perché pregare Dio quando un nostro caro è sotto i ferri tra la vita e la morte, magari ringraziandolo successivamente per la buona riuscita dell’intervento? Perché, invece, non pregarlo affinché eviti che la gente cada dal sesto piano o si schianti con la propria automobile?
Sono domande ingenue, forse, ma hanno il pregio di essere semplici.
Naturalmente la religione non vive di verifiche empiriche. Vive di speranza, simboli e consolazioni. Pregare non cambia necessariamente il corso degli eventi, ma può cambiare lo stato d’animo di chi prega. In questo senso la preghiera funziona perfettamente: tranquillizza i fedeli e dà l’impressione di aver fatto qualcosa.
Quanto a Dio, per ora continua a mantenere la sua tradizionale linea di comunicazione: silenzio assoluto.
Il che può significare solo due cose: o c’è un blackout (diabolico, ovviamente) nella trasmissione dati tra terra e cielo, o l’Altissimo è infastidito dal fastidioso e ipocrita brusio che da millenni giunge alle sue sante orecchie.