SATIRA
UNA RISATA LI SEPPELLIRÀ
UNA RISATA LI SEPPELLIRÀ
11 aprile 2026
“Su questo volo, non è necessario fornire ai passeggeri alcuna istruzione da seguire in caso di pericolo; nulla, infatti, può accadere oggi, perché abbiamo a bordo una passeggera speciale… la Vergine Maria!”.
Questo è l’annuncio che potreste ascoltare qualora vi capitasse di ritrovarvi in aereo insieme alla statua della Madonna di Fatima Pellegrina, che dal 1947 viaggia da un angolo all’altro del mondo (a quanto si dice, pagando regolarmente il biglietto e occupando sempre il sedile accanto al suo custode).
Realizzata nel 1947, a trent’anni dalle presunte apparizioni mariane di Fatima, la statua fu ben presto avviata al suo pellegrinaggio, con l’idea di farla viaggiare come simbolo di pace attraverso le capitali europee ancora segnate dalla Seconda Guerra Mondiale.
Naturalmente, a nessuno venne in mente la sacrilega idea di imbarcare la Beata Vergine nella stiva, come fosse un normale bagaglio. Nient’affatto. Addirittura, per la statua veniva acquistato un normale biglietto, assicurandole un posto a sedere come a qualsiasi altro passeggero (non si sa se in business class o in economy, come probabilmente avrebbe preteso il divin figliuolo).
Il successo dei viaggi fu tale che già lo stesso anno si rese necessario realizzare una seconda statua, con l’obiettivo di portare il messaggio di Fatima anche oltreoceano.
Du Mery is megl’ che uan.
Oggi, la prima statua è stata ritirata ed è custodita stabilmente a Fatima, dove continua a essere oggetto di venerazione da parte di frotte di fedeli con il sottofondo dell’indimenticabile Viaggiare di Lucio Battisti. Nel frattempo, le riproduzioni si sono moltiplicate: alcune sono legate a congregazioni o associazioni religiose, altre fanno capo direttamente al Santuario. In diversi casi è possibile richiedere che la statua venga portata in specifici luoghi, proseguendo così la sua missione itinerante.
La seconda statua, invece, è affidata al World Apostolate of Fatima negli Stati Uniti e ha continuato a viaggiare a cura di diverse organizzazioni fino a quando nel 1995 tutto passò sotto il coordinamento del Pilgrim Virgin Committee, creato appositamente all’uopo.
Prevedibilmente, con gli anni i viaggi si sono fatti troppo numerosi per garantire la presenza del prezioso feticcio. Di conseguenza, sono state realizzate numerose altre copie della “Statua Pellegrina”. In questo modo, se da un lato si è garantito un alto numero di viaggi, dall’altro si è dovuto ammettere che Maria, ahimé, non è in grado di sdoppiarsi, di triplicarsi e così via, risultando in questa particolare performance miracolosa addirittura meno abile dello stesso padre Pio. Per di più, da una santissima donna ascesa al cielo ci si sarebbe aspettati anche il diretto intervento divino, finalizzato quanto meno a dar vita alle diverse statue così, dal nulla, senza intervento di artigiani umani.
Ma si sa, Gesù stesso era probabilmente più interessato a moltiplicare pani e pesci che non simulacri della sua mamma.
Consoliamoci con qualche prezioso aneddotto legato alle statue, come ad esempio la notizia secondo cui pare che la Madonna debba allacciare la cintura di sicurezza e, addirittura, che preferisca sedere sul lato finestrino. Si dice anche che spesso i fedeli desiderino osservarla da vicino e che qualcuno le chieda anche un selfie, richiesta che Maria accoglie sempre volentieri.
Durante i viaggi aerei, puntualmente i passeggeri sono accompagnati dal sottofondo di Nel blu dipinto di blu e qualcuno osa chiedere alla Vergine qualche aneddoto relativo ai momenti essenziali della sua vicenda terrena, con particolare riguardo al mistero che avvolge la scomparsa di san Giuseppe e alla reale natura dell’incontro con l’arcangelo Gabriele; si dice però che in genere, di fronte a queste richieste, Maria si blocchi, si irrigidisca come una statua e cominci a piangere, versando copiose lacrime, talvolta di sangue, che qualche pellegrino si affretta a raccogliere nel suo bloody Mary.
Che dire?
In realtà, la “madonna volante” non deve sorprenderci più di tanto.
La storia e la tradizione, infatti, ci dicono che Maria è sempre stata avvezza al volo.
Avete forse dimenticato che, quando fu assunta in cielo, in quel torrido Ferragosto dell’anno 48, svolazzò allegramente verso l’alto fino a scomparire dalla vista degli apostoli, ai quali lanciò la “sacra cintola” oggi custodita a Prato?
E soprattutto, come dimenticare la meravigliosa storia della “Santa Casa”, vale a dire il bivani in cui la Sacra Famiglia visse a Nazareth e che nel XIII secolo fu trasportata miracolosamente in volo dagli angeli in Croazia e poi in Italia nella futura Loreto?
Superstizioni? Semplici leggende popolari?
E no, cari amici, perché al riguardo abbiamo addirittura la testimonianza di Caterina Emmerick, la “mistica” alle cui visioni si è affidato anche Mel Gibson per realizzare il suo film “La Passione di Cristo”. Ebbene, la Emmerick affermava di avere visto la casa volteggiare sopra il mare, sostenuta da una luce e accompagnata da sette angeli.
Maria, dunque, è sempre stata avvezza al volo. Non per niente, la storia della “santa casa” le ha fatto meritare il titolo di “patrona dell'aviazione e di tutti gli aviatori”, con tanto di proclamazione da parte del papa Benedetto XV nel 1920, quando Maria divenne ufficialmente la “protettrice celeste” di chi vola.
22 marzo 2026
Come sappiamo, le religioni hanno concepito quella “disciplina” che risponde all’altisonante nome di “teologia” e che dalla notte dei tempi ha fatto versare fiumi di inchiostro tanto abbondanti quanto sprecati. Il cattolicesimo, però, è andato oltre e, non contento di limitarsi alla sola indagine “scientifica” dell’esistenza e dei piani di Dio, ha partorito branche di studio altrettanto nebulose come la cristologia e la mariologia, che nella “facoltà delle scienze inutili” di Umberto Eco non sfigurebbero accanto all’agricoltura artica e all’enologia musulmana.
Eppure, non finisce qui. Non contenti di aver inventato la cristologia e della mariologia, che riescono a rivelarci di tutto e di più sulla natura di Gesù e di sua madre pur non avendo nemmeno la certezza che siano figure storiche, i cattolici hanno voluto concepire anche una branca di studio ad hoc dedicata a lui, il falegname più famoso della storia: “san” Giuseppe.
Stiamo parlando di un campo di “studio” noto come giosefologia, che, appunto, pretende di indagare con encomiabile serietà accademica e con approccio sistematico e rigoroso la figura di un uomo del quale non conosciamo praticamente nulla. Non ne avete mai sentito parlare? Evidentemente avete sprecato il vostro tempo in discipline che si occupano di cose concrete e, se siete cattolici, vi bacchetto per la vostra ignoranza e vi annuncio che l’inferno incombe tetro su di voi.
San Giuseppe, padre putativo di Gesù – il che è già tutto un programma, come a dire “padre, ma non troppo” – è il soggetto di una letteratura sterminata. Secoli di trattati, encicliche, convegni, studi specialistici. L’uomo compare nel vangelo di Matteo e in quello di Luca in una manciata di versetti, non pronuncia una sola parola e infine sparisce dalla narrazione con la discrezione di chi sa di essere di troppo.
È vero, riceve in sogno più visite e visioni angeliche di chiunque altro, ma dopodiché di lui non si sa più nulla e il sacro testo ci lascia nell’insoddisfatta curiosità di poter sapere almeno se la sua falegnameria era una srl o un’impresa individuale, se davvero Gesù fu suo apprendista e, soprattutto, se la triste vicenda dell’annunciazione di Gabriele determinò l’emergere di seghe mentali accanto a quelle metalliche.
Roba da farci uno spin-off biblico dal titolo “Il carpentiere”, o magari “Non è mio figlio”.
Per chiunque altro, questo vuoto di notizie sarebbe un problema. Per la giosefologia, è un’opportunità, essendosi tradotta nell’avere trasformato la totale assenza di informazioni in un campo di studi florido e produttivo. Dove uno storico comune vedrebbe il deserto, il giosefologo vede un giardino rigoglioso di speculazioni. Giuseppe non dice nulla nei Vangeli? Magnifico: possiamo dedurre il suo carattere dalla sua reticenza. Giuseppe scompare dalla narrazione dopo i dodici anni di Gesù al Tempio? Perfetto: campo libero per ipotesi sulla sua morte, sulla sua santità, sulla sua professione esatta: risposte a domande cruciali per le sorti dell’umanità.
E quando serve, la giosefogia non esita a saccheggiere gli apocrifi, quei testi che la Chiesa ha dichiarato “brutti e cattivi”, ma utilizzati con nonchalance quando fanno comodo, per stabilire ad esempio che Giuseppe era vedovo, anziano e aveva figli da un matrimonio precedente.
A tale proposito, non posso non ricordare l’apocrifo Vangelo dello Pseudo-Matteo, dove leggiamo che al suo quattordicesimo compleanno di Maria il sommo sacerdote decise che fosse ora di affdarla a un uomo, stabilendo a tal fine che tutti i maschi celibi della tribù di Giuda si recassero al tempio portando con sé una verga e che le verghe venissero collocate nel santo dei santi. Quando, il giorno dopo, il sommo sacerdote visionò le verghe, vide che nessuna di esse presentava qualche segno che indicasse il prescelto; a quel punto, tuttavia, gli apparve un angelo, che gli fece notare una verga piccolissima, evidentemente sfuggita all’attenzione del sacerdote: era la verga di Giuseppe. A quel punto, il sacerdote convocò Giuseppe e appena questi prese in mano la sua verga, dalla punta ne fuoriuscì una colomba. Per nulla convinto, il falegname disse: “Sono vecchio e ho figli; perché mi affidate una bambina che è più piccola dei miei nipoti?” Poi, persuaso dal sommo sacerdote, accettò di essere “custode” della giovane (aggiungendo tuttavia un enigmatico dettaglio: “fino a quando saprò quale dei miei figli potrà averla in moglie”).1
Sorvolando sulla – forse involontaria – ambiguità della “piccolissima verga di Giuseppe”, quello appena presentato è un tipico esempio di come la letteratura cristiana si sia adoperata con fervore per trovare – pardon, inventare – notizie laddove ci fossero lacune più o meno drammatiche nel racconto evangelico. Il bello è che a questo vezzo di volare troppo alto con la fantasia i cattolici ne uniscono un altro, vale a dire quello di scovare addirittura le “prove” delle storielle che vanno raccontando. Il che vale anche per l’aneddoto appena raccontato, visto che il preteso bastone di san Giuseppe è conservato nella chiesa di san Giuseppe dei Nudi a Napoli, dove veniva esposto al popolo ogni 18 marzo e 25 dicembre, occasioni nelle quali la folla si accalcava per toccarlo e non pochi fedeli ne staccavano qualche frammento per portarlo con sé, tanto che si rese necessario porre accanto alla preziosa reliquia un addetto incaricato di evitare che le mani della gente si posassero sul bastone; l’uomo, di origine veneta, ammoniva “non sfrecolar” a chi si avvicinava troppo alla reliquia, da cui il celebre detto “non sfrocoliare la mazzarella di san Giuseppe”.
NOTE
1. Una versione alternativa della leggenda compare nel Protovangelo di Giacomo, nel quale Maria è una giovane fanciulla che vive nel tempio fin da piccolissima come dono per il Signore e Giuseppe un vecchio ottuagenario. Quando Maria ebbe raggiunto i dodici anni, Yahweh disse al sommo sacerdote di convocare al tempio tutti i vedovi della Giudea e che un prodigio avrebbe indicato colui al quale concedere Maria in sposa – o, secondo alcune versioni, “in custodia”. Giuseppe si presentò, ma non appena ebbe varcata la soglia del tempio, il suo bastone cominciò a produrre fiori e una colomba bianca si posò sulla sua testa.
Una scultura raffigurante un dinosauro caricaturale e alcune pecore, quale critica alla chiesa cattolica e a Benedetto XVI, esposta durante la Giornata Mondiale della Gioventù 2005 a Colonia, in Germania.
9 marzo 2026
Oggi, in un commento al mio post sulla misoginia della chiesa, sono stato accusato di fare “bullismo” verso i credenti.
Accusa interessante…
Perché ribalta completamente il punto di vista.
Vale la pena fermarsi un attimo e ragionarci.
Oggi, nei commenti a un mio post sulla misoginia della chiesa (pubblicato il 7 marzo), un credente mi ha scritto un messaggio piuttosto lungo, nel quale dice in sintesi: “capisco il risentimento verso le religioni per le violenze del passato (inquisizioni, crociate, caccia alle streghe ecc.), ma non il perché prendersela con i credenti “normali”. Quando gli atei ironizzano o prendono in giro i credenti fanno una specie di “bullismo strisciante”, e alla fine fanno solo una brutta figura”.
Non è la prima volta che mi imbatto in queste apologie tanto superficiali quanto campate in aria.
Partiamo da un punto su cui in realtà siamo d’accordo: la libertà di credere o di non credere è sacrosanta. Nessuno dovrebbe essere perseguitato, discriminato o limitato nei propri diritti perché ha una fede religiosa o perché non ne ha nessuna. Su questo non c’è discussione.
Il problema nasce quando si parla di “bullismo degli atei” come se si trattasse di un comportamento analogo a quello riservato a certe categorie e caratterizzato da violenze sistematiche, tanto fisiche quanto psicologiche. Eppure, mi pare che quasi nessun ateo, me compreso, si metta ad “attaccare” in branco, a brandire spranghe (o nostalgici manganelli), a “bullizzare” appunto (nel senso classico del termine) il clero o i credenti. Per contro, ben diverso è stato il modus operandi utilizzato dalle istituzioni religiose nei riguardi di chi non credeva o dissentiva. Sì, perché mentre oggi essere ateo è tutt’al più “impopolare”, in passato era pericoloso; chiesa e (spesso) potere politico perseguitavano, censuravano, punivano e marginalizzavano chi metteva in discussione la dottrina. E no, non mi si venga a ripetere che “quello è il passato”, perché il bullismo cattolico ha solo mutato forma, facendosi più soft e continuando a stigmatizzare e demonizzare l’ateismo associandolo all’immoralità, alla perversione, alla mancanza di valori.
Avete dimenticato quel tizio che dai microfoni di Radiomaria augurava il cancro agli atei? Certo, non si tratta della voce ufficiale della chiesa, ma gli ultimi papi hanno sempre elogiato quell’emittente, senza mai prendere le distanze da certe forme di bullismo (quello sì!) bell’e buono.
Ma poi, dico…
Non è forse “bullismo finanziario” prendere i soldi dell’otto per mille anche da chi non effettua alcuna scelta?
Non è forse “bullismo psicologico” imporre i preti nelle corsie degli ospedali, visto che non tutti i ricoverati sono cattolici?
Non è forse “bullismo propagandistico” imporre l’ora di religione cattolica nelle scuole di un paese laico?
Non è forse “bullismo mediatico” trasmettere in diretta l’Angelus sulle reti pubbliche e chiamare il papa “santo padre” come se fosse una carica/definizione ufficiale (come ad esempio “presidente del consiglio”) e non un’espressione di deferenza comprensibile solo da parte di un cattolico?
Non è forse “bullismo giuridico” esonerare i vescovi dall’obbligo di denunciare alle autorità i casi di abusi sessuali perpetrati da sacerdoti?
Non era forse “bullismo razziale” odiare gli ebrei come hanno fatto illustri cattolici come Pio IX e Agostino Gemelli?
Potrei continuare, ma credo di avere reso l’idea.
C’è poi un secondo aspetto da prendere in considerazione.
Molti, troppi, dimenticano che esiste una cosetta che si chiama diritto di satira. Purtroppo, per qualcuno, la religione dovrebbe essere esente dalla critica e dall’ironia, quasi essa fosse ammantata di un’aura di sacralità in virtù della quale sarebbe praticamente proibito scherzare con papi, santi, cristi e madonne. E tutto questo perché secoli di indottrinamento e di propaganda hanno fatto passare tale messaggio, convincendo (o intimorendo) anche i non credenti. In realtà, non siamo più nel Tardo Antico, né nel Medioevo, né nel Rinascimento, bensì in una società pluralista nella quale anche le religioni possono essere oggetto di ironia, anche feroce, anche blasfema (essendo la blasfemia un concetto assai relativo e soggettivo).
Posso deridere politici, sportivi e altri personaggi pubblici anche con inaudita ferocia?
Ebbene, posso farlo anche con il papa, con i preti, con la Bibbia e con i credenti, perché che tutto ciò sia “santo” (e, quindi, non criticabile) è solo il punto di vista di chi ci crede e, soprattutto, perché non esiste un diritto a non essere criticati e a non essere oggetto di satira. Sì, la satira: quella che esagera, provoca, ridicolizza e che secondo i bigotti si trasformerebbe in bullismo quando viene applicata alla religione.
Una pretesa un po’ singolare, mi sia consentito.
A ben vedere, oltretutto, cari credenti, a volte sembrate invocarla, questa satira…
Ad esempio quando dite la preghierina insieme agli speaker di Radiomaria, o quando vi inginocchiate davanti a una madonnina piangente, o quando esultate davanti alla truffa della liquefazione del sangue… come pure quando non riuscite a spiegare neppure il significato dell’appellativo “Cristo” ed esibite in tutta la sua magnificenza la vostra profondissima ignoranza storica, scritturale e dottrinale.
Infine, c’è un altro elemento che mi fa sentire legittimato a prendervi allegramente per il cu*o (mi si passi il francesismo): l’ipocrisia; e non mi riferisco al singolo credente in quanto individuo, ma a una dinamica molto diffusa. Molti credenti difendono pubblicamente principi morali rigidissimi, soprattutto quando riguardano la vita degli altri. Si invoca la morale cattolica su questioni come sessualità, famiglia, aborto, diritti civili e poi, nella vita quotidiana, 999 credenti su mille praticano sesso fuori dal matrimonio, divorziano, abortiscono, non porgono l’altra guancia, giudicano, offendono, prevaricano, discriminano e non donano i propri averi ai poveri; per non parlare di quanti, poco inclini al principio evangelico “ama il tuo nemico”, mi hanno scritto spesso in privato minacciandomi in maniera tutt’altro che velata o metaforica.
E allora, sarò libero di riservare ironia a questa massa di ipocriti, ignoranti e creduloni?
Far notare a un credente che non conosce nemmeno la differenza tra Antico e Nuovo Testamento, o che appartiene a una chiesa marcia, o che non può negare a due omosessuali la libertà di formare una coppia… tutto questo è “bullizzare”?
Non credo.
E, anzi, infierisco, aggiungendo che per me è un totale idiota chiunque ringrazi dio per la riuscita di un intervento chirurgico, per l’estrazione di un bambino dalle macerie di un crollo o addirittura per un goal della nostra squadra del cuore; o, peggio ancora, perché si associa all’appello del papa e per le guerre in corso invoca l’intercessione della madonna, i cui prodigiosi interventi in duemila anni sono sotto gli occhi di tutti.
No, tutto questo non è bullismo, ma semplicemente libertà di pensiero.
E, aggiungo, non sarebbe bullismo neppure auspicare una magica, repentina sparizione della chiesa e del clero (come di tutte le religioni, a ben vedere), perché sarebbe veramente il più grande dono all’umanità da parte di un dio davvero misericordioso nel quale, a quel punto, crederei con gioia.
Era il 2014 e tale don Desio, cinquantaduenne, originario di Milano e a lungo parroco di Casalborsetti, sulla costa ravennate, arrestato per adescamento e atti sessuali con ragazzini di 14 e 15 anni, dopo due mesi di carcere sperava di ottenere i domiciliari presso una “idonea struttura”. Così, almeno, aveva dichiarato il suo legale, che lo descriveva “abbattuto ma fiducioso”.
Quale sarebbe tale “idonea struttura”? Ebbene, si tratta di una sorta di clinica psichiatrica per sacerdoti – chiarì l’avvocato – sita sulle colline umbre, per la precisione in provincia di Perugia. Inaugurata pochi anni prima della vicenda di Desio, all’epoca dei fatti ospitava una quindicina di sacerdoti (pochi ma buoni).
Gestito da una congregazione nota come “Figli dell’Amore Misericordioso” (che richiama solo vagamente l’amor pedofilo), poteva vantare un direttore che, oltre a essere sacerdote, è anche psicologo e psicoterapeuta. Il percorso cui don Desio ambiva è lungo anni e si basa su un’assistenza psicologica mirata; ma si sa: per le casse vaticane, qualsiasi sacrificio economico è accettabile, pur di recuperare un proprio accolito che abbia smarrito la retta via.
Per la cronaca, nel 2015 don Desio fu condannato in via definitiva dalla Cassazione dopo che in primo grado il Tribunale di Ravenna gli aveva inflitto 10 anni e 8 mesi di reclusione, ridotti a poco meno di 9 anni dalla corte di Appello di Bologna e infine, nella pratica, a circa 7 grazie ai periodi di liberazione anticipate e al successivo accoglimento della domanda di affidamento in prova. Dopo due richieste respinte, infatti, il sacerdote aveva ottenuto i domiciliari in una struttura di fiducia della CEI a Città di Castello, in provincia di Perugia, una specie di clinica per “preti segnati da disagi personali” (così scrisse qualche giornale!).
Ripensando a quella vicenda, però, qualcosa non torna.
Proprio nel 2014, infatti, rispondendo ai seminaristi dei collegi romani che chiedevano “in questo tempo di tanta psichiatria e psicologia non sarebbe meglio andare dallo psichiatra?”, papa Francesco aveva replicato deciso: “Non lo scarto, ma prima di tutto bisogna andare dalla Madre, la Madonna, perché a un prete che si dimentica della madre nei momenti di turbolenze qualcosa manca”.
Beh, che nelle alte sfere vaticane si mettano d’accordo.
O la terapia o Maria; e, se ha ragione il papa, che i preti in preda a “turbolenze” (espressione poco felice quando si tratta di abusi sessuali) se ne vadano in pellegrinaggio a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje, a Czestochowa, a Siracusa o dove pare loro, prima di stendersi sul lettino di uno psicologo. Quantunque, a loro parziale giustificazione, andrebbe detto che il cattivo esempio viene proprio dai papi, che, negli ultimi decenni, ci hanno abituati a frequenti capatine al Policlinico Gemelli, più che presso qualche santuario mariano, anche per “pruriti” ben meno gravi di quelli che affliggono parecchi preti.